LA GROTTA EREMO DEL BEATO PLACIDO

Monte Circolo - Ocre/Fossa (L'Aquila)

 

Durante una visita al Castello di San Panfilo d'Ocre nel febbraio 2002 - nel corso di ricognizioni speleologiche sull'Altopiano delle Rocche (L'Aquila, Abruzzo) - notavamo l'evidente ingresso della grotta. Pensavamo di trovarci di fronte a una cavità naturale, forse inesplorata per la sua difficile ubicazione in parete. Era l'inizio di un'avventura e di un viaggio nel passato, che ci avrebbero spinto a cercare di scoprire i misteri di quell'eremo sospeso nel vuoto per dare corpo a una affascinante leggenda di otto secoli fa: la storia del Beato Placido. Speleologi abruzzesi avevano già raggiunto la grotta (nel 1993), ma la nostra ricerca si è spinta oltre, fino a trovare le tracce inequivocabili di una possibile frequentazione umana della cavità in passato.  

 

Dove si trova

La grotta eremo del Beato Placido si apre nella parte superiore del Monte Circolo, grande parete aperta ad anfiteatro che dai 933 metri di quota del Castello di San Panfilo d'Ocre digrada a precipizio - con tratti rocciosi e canaloni erbosi - sino ai 635 metri del paese di Fossa nella valle dell'Aterno. Per raggiungerne l'ingresso - nelle attuali condizioni della parete (forse una frana in epoca storica ha reso impraticabile un antico accesso per cengia erbosa) - è necessario calarsi con le corde per una settantina di metri. La calata è stata attrezzata con uno spit di partenza e altri tre in parete.  

Descrizione della cavità

Dati metrici
Lunghezza: 7,10 mt - Larghezza 3,60 mt
Direzione: N140° - Inclinazione: 25°  

 

La grotta è impostata in calcari bioclastici del Cretaceo tagliati da frequenti fratture e faglie subverticali con cinematica dip-slip a direzione N135° (NW-SE). Il pavimento è in discreta pendenza (inclinazione di 25°) ed è completamente ricoperto da massi. Le pareti della grotta corrispondono due faglie subverticali con direzione N135°.  

 

L'esplorazione 2002

Sabato 31 agosto 2002 una squadra formata da Lorenzo Grassi, Maria Luisa Battiato e Gianni Grassi attrezzava la discesa in parete. La grotta veniva raggiunta con una calata - documentata con riprese video - che dalla cresta del Castello segue inizialmente una serie di balze rocciose, quindi prosegue in un ripido canalone erboso e infine su parete aperta sopra la verticale dell'ingresso della cavità. Con l'occasione venivano notati sulle pareti "alcuni segni che potrebbero testimoniare di uno scavo artificiale per la sistemazione della cavità". Venivano segnalate inoltre alcune "lunette" che avrebbero potuto fungere da poggia oggetti.

  

L'esplorazione 2003

Sabato 23 agosto 2003 una squadra formata da Lorenzo Grassi e Fabio Speranza raggiungeva nuovamente la grotta per approfondire la ricerca geomorfologica, trovando tracce di una possibile frequentazione umana. In questa occasione venivano portati a termine, oltre alla documentazione videofotografica, anche il rilievo topografico e un primo saggio di scavo nella frana sul pavimento. Nei pressi dell'ingresso venivano rinvenute scritte lasciate da precedenti esploratori nel 1993.  

 

 L'esposizione della croce

In accordo con le autorità religiose locali nella cavità è stata posta una croce in legno di acacia realizzata dal falegname scultore Giancarlo Riocci e benedetta in precedenza da padre Nicola e padre Marco dei Frati minori del Convento di Sant'Angelo d'Ocre.  

Nelle fotografie: la benedizione e la consegna della croce.  

 

     

I possibili segni di una frequentazione umana  

Il principale segno di una possibile frequentazione umana è stato rilevato sulla parete SW della grotta: molto regolare e caratterizzata da solchi che sembrano prodotti da arnesi di scavo. Tale parete termina con una nicchia ricurva che forma in basso un ripiano orizzontale e presenta nella parte superiore una sorta di piccola lunetta. La regolarità di questa superficie curva implica con ogni probabilità che questo settore della grotta sia stato scavato a opera dell'uomo. La rimozione dei detriti che occludono in basso la cavità potrebbe in futuro consentire il rinvenimento di reperti che aiutino a comprendere meglio il periodo dello scavo e le modalità di utilizzazione della cavità. Da segnalare, infine, la presenza di un secondo grottino con possibile antico scorrimento d'acqua. Grottino che presenta una caratteristica colorazione rosata della roccia sulle pareti del soffitto.

  

LA STORIA DEL BEATO PLACIDO

 

La grotta del Beato Placido racchiude una storia affascinante (egregiamente narrata da padre Gerolamo Costa). Ma la parete del Monte Circolo è stata teatro in passato anche di altri episodi particolari. Da qui infatti, secondo la tradizione, fu scaraventato di sotto nel 210 d.C. San Massimo, patrono de L'Aquila. Inoltre sulla strada che dal paese di Fossa conduce al Convento di Sant'Angelo d'Ocre si incontra una piccola cavità naturale rocciosa, detta "la Ciciuvetta", in cui un tempo si praticava il culto del Sole invitto.
Ma vediamo nel dettaglio la storia del Beato Placido.  

  

Il Beato Placido e la Badia di Santo Spirito

Tratto da "Il Convento di S. Angelo di Ocre e sue adiacenze" di padre Gerolamo Costa 1912.

"Su l'estremo lembo orientale di quell'altissima  rupe scaglionata, detta Circolo, che nominammo parlando di Fossa, tra il verde opímo dei boschi, a l'altezza di m. 850, s'innalza la Badia di S. Spirito di Ocre. Essa ci riflette la celestiale visione di un'anima, tutta la storia di un cuore che visse solo per Iddio.

Circa il 1170 viveva in Roio (paesello distante da Aquila circa 7 km: nei tempi andati faceva parte di Amiterno) un giovanetto per nome Placido. Poverissimo, ma ricchissimo d'ogni cristiana virtù, divideva co' suoi compagni di sventura il misero e scarso pane quotidiano. Assiduo a tutte le opere di pietà, trovava sovrumana delizia nel recitare il Salterio, nel ricondurre su la buona via i tristi e nell'istruire i suoi coetanei nei misteri della Fede. Vestito di ruvido sacco e cinto d'aspro cilicio, peregrinò a S. Giacomo in Compostella, a tutti i santuarj della Vergine, verso la quale tenerissimo amore nutriva, lasciando ovunque il soave odore di sua santità. Fatto ritorno in patria, fu preso da cronica malattia; ma, appena uscitone libero per intercessione di S. Michele Arcangelo, si recò da un romito che se ne viveva in un orrido speco sul monte Corno, ed insieme a lui si diede con ogni fervore a l'orazione.  

Da questa solitudine - correva l'anno 1208 - egli passò a ricoverarsi in una grotta della montagna dl Ocre, detta ancora oggi grotta del Beato, ove per ben 12 anni si assoggettò a la più rigida macerazione della carne. Si narra che, un giorno, mentre se ne stava estasiato in divine contemplazioni, fu consolato da la apparizione di Nostro Signore, il quale, volendo addimostrare al suo Servo quanto lo amasse, con viso celestialmente benigno, gli pose sott'occhio un foglio nel quale erano descritte tutte le sue opere meritorie. Da quel punto, ogni dì sempre più, per amore del suo Dio, accrebbe di nuove asprezze il suo già rigido tenor di vita, unicamente contento di deliziarsi nelle sublimi elevazioni dell'anima al Cielo.

Per 33 anni non fece mai uso di letto, e prendeva breve riposo, coricato sul nudo suolo o ritto in piedi od appoggiato ad una pietra che gli serviva da guanciale. Non si fe' mai recidere la barba né i capelli, né mai lasciò l'aspro cilicio, di cui, come abbiam detto, s'era cinto da' più teneri anni: e, pur fra tante penitenze, si vedeva sempre robusto e pieno di forze, dal roseo colorito, dal sembiante modesto ed ilare, dal quale traspariva l'angelica bontà dell'animo suo.

A frotte accorrevan le genti dai vicini paesi, attratte da la fama di sua santità, e tutti se ne tornavano consolati nello spirito, vinti da la sua profonda umiltà. Tra questi fu il Conte Berardo di Ocre, signore per quanto illustre, altrettanto pio, il quale, col pieno consenso di Realda de Ocra, sua degna consorte, donò solennemente al nostro Placido quel luogo che si chiamava Pretola.

Il Servo di Dio fece allora fabbricare e Chiesa e Monastero, piantare alberi fruttiferi, traendovi limpide e salutifere acque da la cima del monte. Fu così che là, dove allora era religioso silenzio e un'annosa selva d'alberi proteggeva di dense ombre e il rinascere e lo sfiorire della sottostante vita vegetale, fu innalzato maestoso, sebben semplice nelle linee, il Monastero di S. Spirito, che ancora oggi per antichità e sante memorie attrae a sé migliaia di devoti.  

Ben presto il Monastero si popolò d'anime elette, ché molti, da le celestiali bellezze di una vita di perfezione santamente presi, accorsero da ogni parte a Placido, che qual padre li abbracciò, sottoponendoli, con l'assenso di Tommaso Vescovo di Forcona, a la Regola Cisterciense. Dopo avere, per circa 20 anni, retto quella Comunità religiosa, di tutte le virtù fiorente, sentendosi il Servo di Dio vicino a morte, senza nulla omettere del suo penitente tenore di vita, fece subito chiamare a sé Ruggero, Abate di Casanuova. Questi, dopo averne ascoltato la confessione, volle consolarlo con l'erigere formalmente quel Monastero in Badia dell'Ordine Cisterciense, prendendo la famiglia che vi esisteva sotto il suo dominio, la sua tutela e custodia.

Fu allora, il 13 di giugno dell'anno 1248, che Placido rese lieto la sua bell'anima a Dio, tra le braccia dell'Abate e de' suoi confratelli. Il suo corpo - così il cronista - comparve tosto agli astanti assai bello e luminoso, sotto le forme di un fanciullo di 7 anni: la sacra tomba, entro cui fu deposto, fra le acclamazioni e le benedizioni dei religiosi e de' vicini popoli cominciò subito ad essere frequentata, onorata ed illustrata da Dio con strepitose maraviglie".